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RUMORE NEGLI AMBIENTI DI LAVORO
Tratto da "Metodologie e interventi tecnici per la riduzione del rumore negli ambienti di lavoro" - Inail
Le malattie professionali e in particolare le ipoacusie, che costituiscono in Italia ancora una delle prime tecnopatie, sono un problema rilevante non solo dal punto di vista umano, ma anche sotto il profilo sanitario, sociale ed economico.
L’attenzione alle problematiche relative alla salute nei luoghi di lavoro si è progressivamente perfezionata negli ultimi anni. Si va infatti imponendo la consapevolezza dell’importanza e della necessità di ridurre il rumore non solo per prevenire i danni uditivi nei settori industriali tradizionali, ma più in generale per realizzare ambienti di lavoro ergonomici dato che il rumore è certamente uno dei parametri che maggiormente contribuiscono a caratterizzare negativamente la fruibilità dei luoghi di lavoro, soprattutto nelle tipologie di ambienti (uffici, scuole, …) dove si svolgono attività che richiedono concentrazione, intelligibilità delle conversazioni ed al contempo riservatezza e non interferenza delle comunicazioni stesse.
La legislazione sul controllo del rumore nei luoghi di lavoro è andata incontro negli anni a tre fondamentali modifiche: dal 1956 al 1991 il riferimento era contenuto nel D.P.R. 303/56 sostituito, con un forte impatto sulle aziende, dall’emanazione del D.lgs. 277/91 in recepimento della prima direttiva europea sul rumore 86/188/CEE.
Oggi siamo invece di fronte al recepimento della seconda direttiva 2003/10/CE, inserito nella legislazione italiana prima con il Titolo V-bis del D.lgs. 626/94, poi dal Capo II del Titolo VIII del D.lgs. 81/2008 e relative disposizioni integrative e correttive.
Tuttavia, in tema di esposizione al rischio rumore sui luoghi di lavoro, il quadro legislativo attuale discende anche da un’altra fondamentale direttiva comunitaria inerente il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori sul luogo di lavoro: la direttiva quadro 89/391/CEE recepita in Italia prima col D.lgs.626/94 e poi con il Titolo I del D.lgs.81/2008 e successive modifiche e integrazioni.
In effetti, oggi si può convenire che il D.lgs.277/91 anticipava ciò che è stato attuato compiutamente solo a seguito dell’entrata in vigore, da ultimo, del Titolo I del D.lgs. 81/2008 e che, in sintesi, può essere definito come un metodo di gestione aziendale della sicurezza maggiormente imperniato sulle procedure ed attuato mediante l’adozione di misure che, in primo luogo, prevedono la valutazione del rischio.
È importante sottolineare la stretta connessione tra Titolo I del D.lgs. 81/2008 (norma generale di riferimento per la sicurezza sul lavoro) e Titolo VIII, Capo II (norma specifica integrativa sul rischio rumore), perché è dalla lettura integrata dei due provvedimenti che si coglie appieno il senso della valutazione del rischio e del suo obiettivo primario: quello di identificare e attuare le misure tecniche, organizzative e procedurali che, ancor prima dei protocolli di prevenzione e protezione esplicitamente previsti, permettono un reale contenimento dei livelli di rischio.In generale, la valutazione dei rischi è un processo tecnico di conoscenza finalizzato alla riduzione ed al controllo dei rischi attraverso una serie di interventi, tra i quali l’adozione di misure tecniche, organizzative e procedurali, l’effettuazione di controlli sanitari preventivi e periodici, la costante ed adeguata informazione e formazione degli addetti.
Sul versante specifico del rumore è il D.lgs. 81/2008 che, in particolare nel Titolo VIII e nei suoi Capi I e II, stabilisce le modalità esecutive ed i requisiti della valutazione del rischio e del Documento di Valutazione del Rischio, richiamando più volte che l’obiettivo generale della valutazione del rischio è identificare le azioni che permettano la riduzione del rischio per una sua corretta gestione (controllo del rischio).
In maniera più analitica si può sostenere che la valutazione del rischio rumore deve consentire di:
1) identificare le sorgenti/attività sulle quali attuare misure tecniche, organizzative o procedurali per il controllo del rischio, individuando le modalità ottimali di intervento;
2) definire i livelli di esposizione personale al rumore (LEX) e le condizioni accentuanti il rischio (in particolare: presenza di rumori impulsivi, di lavoratori particolarmente sensibili, di sostanze ototossiche e di vibrazioni) al fine di identificare i lavoratori destinatari di protocolli specifici di prevenzione (controlli sanitari, esigenze di informazione/formazione, fornitura/obbligo d’uso dei DPI uditivi);
3) valutare dell’efficienza e dell’efficacia dei DPI uditivi;
4) identificare i luoghi di lavoro su cui si applicano protocolli specifici di prevenzione (ad esempio: segnalazione/perimetrazione dei luoghi di lavoro con livello equivalente sonoro LAeq > 85 dB(A) e/o livello di picco Lpicco > 137 dB(C)).
Ecco allora che una tale valutazione del rischio pone realmente il datore di lavoro in condizione di decidere le azioni da intraprendere per mettere il rischio sotto controllo, indicando il programma operativo conseguente.
In definitiva, la valutazione del rischio da rumore, secondo quanto previsto dal D.lgs. 81/2008, è un processo tecnico che, partendo dalla conoscenza della rumorosità presente nella realtà produttiva oggetto della valutazione, è finalizzato alla riduzione ed al controllo dei rischi attraverso l’adozione di specifiche misure tecniche, organizzative e procedurali.

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